Una strategia europea per i Balcani occidentali

La riscontrata debolezza istituzionale di Bruxelles in tema di politica estera, combinata con la gravissima mancanza di visione strategica e con le confliggenti agende dei tre gradi Paesi membri – Germania, Italia e Francia – stanno convertendo l’intera penisola Balcanica nel terreno di coltura perfetto per le tattiche geopolitiche di numerose potenze antagoniste. Tra negoziati bloccati, timori non meglio identificati e veti incrociati Cina, Russia, Turchia ed Emirati Arabi colgono l’opportunità di includere nuove pedine nel proprio progetto geopolitico. L’Unione, con i suoi membri, non potrà ritenersi al sicuro con l’avversario alle porte e non potrà immaginare il proprio futuro con parte del continente fuori – innanzitutto – dal proprio sistema giuridico.

La prima forma di attivismo intrapresa dall’Unione nell’area dei Balcani occidentali si è registra nel 1999 con il “Processo di stabilizzazione e di associazione” (PSA) a cui sono seguiti diversi accordi con i singoli Stati volti a guidare un ravvicinamento della regione sulla base di uno schema di dialogo politico, finanziamenti e trattati commerciali. Ma è nel febbraio 2018 che nasce una prima vera – anche se non sufficiente – strategia dell’Unione per l’integrazione dei Balcani Occidentali. Sono le stesse dichiarazioni dell’allora Presidente Junker – «Investire nella stabilità e nella prosperità dei Balcani occidentali significa investire nella sicurezza e nel futuro della nostra Unione» – a rappresentare un vero cambio di approccio che vede nel futuro europeo della regione un investimento geostrategico dell’UE.

Dunque, negli auspici della strategia menzionata, l’Unione deve iniziare ad individuare azioni volte alla promozione e al rafforzamento dello Stato di diritto, dei diritti fondamentali e della governance degli Stati interessati tramite pacchetti di riforme nei campi della giustizia, della lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata e della partecipazione democratica. Da tener ben presente anche l’ambizioso e pregiudiziale obiettivo consistente nella risoluzione delle controversie transfrontaliere che complicano l’iter del processo di integrazione dei 6 all’interno dell’UE. La strategia della Commissione sottolinea che i leader della regione non devono lasciare dubbi rispetto al proprio impegno intrapreso per condurre i rispettivi Paesi tra i membri dell’Unione, ma, a dispetto di tutto quanto è stato appena detto, quale è lo stato dell’arte nei Balcani occidentali? Quali problematiche sta vivendo l’area? Cosa sta facendo l’Unione per implementare la strategia adottata nel 2018? E quali sono gli antagonisti di tale strategia?

Si parta dal Paese delle Aquile che nel 2014 è divenuto ufficialmente “Paese candidato”. Ad 11 anni dalla presentazione della domanda di adesione l’Albania, nell’ottobre 2019, si è vista bloccare i negoziati di adesione sui quali il Consiglio ha poi dato il suo via libera nel marzo 2020. Ma ad un anno di distanza nulla si è ancora mosso. La Commissione ha ufficialmente avviato i negoziati di adesione con il Montenegro nel 2012: stato di diritto, giustizia e tutela dei diritti fondamentali rimangono nodi di difficile soluzione e la previsione di vedere un ingresso di Podgorica nel 2025 è oramai un miraggio. Situazione pressoché identica per la Serbia, per giunta acuita dalla complessa gestione dei rapporti con il Kosovo.

La Macedonia del Nord, invece, ha concluso con successo un importante percorso di avvicinamento alla propria ambizione europea grazie all’accordo di Prespa del 2019 con il quale sono state risolte le ataviche dispute con la Grecia rispetto all’utilizzo della denominazione “Macedonia”. Dopo il placet da parte del Consiglio all’avvio dei negoziati di adesione nel marzo del 2020 un ulteriore ostacolo, rappresentato dalle dispute con la Bulgaria concernenti i temi dell’identità, lingua e storia, ha determinato un sostanziale blocco dell’iter. Rimangono sullo sfondo i problematici Kosovo e Bosnia Erzegovina.

Entrambi i Paesi sono stati individuati come potenziali candidati, ma resta la delicata questione riguardante il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte di Paesi membri – e non – dell’UE che blocca qualsiasi avanzamento del percorso di adesione. Una situazione di stallo analoga è rintracciabile per la Bosnia che, pur avendo presentato domanda di adesione nel 2016, rimane impegnata ancora sul difficoltoso fronte della stabilizzazione politica interna dello Stato e delle proprie istituzioni. La concreta attuazione dell’art. 2 TUE, riguardante il rispetto dei valori fondanti dell’Unione (rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e dei diritti umani), incontra ancora rilevanti difficoltà addirittura in alcuni dei Paesi membri della regione e resta un’incognita sui tavoli negoziali aperti.

Esemplificativa e da tenere a mente per avere un quadro complessivo di tutti gli elementi da considerare quando si discute di adesione all’Unione (e conseguentemente al suo quadro di norme e valoriale di riferimento) in tal senso è la pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 18 maggio 2021 in cui non si tacciono le problematiche riscontrate nei processi di adesione di taluni Paesi, come la Romania, alla luce della non ancora completata aderenza sostanziale al sistema valoriale dell’Unione o, per citare un altro caso simile, le problematiche aperte con la Polonia sui fronti – altrettanto importanti – che riguardano lo stato di diritto e la tutela dei diritti fondamentali.

È su questo scenario di stallo generale dei negoziati di adesione che si innesta un diffuso sentimento di abbandono e lontananza percepito dai Paesi in questione nei confronti dell’Unione. Un sentimento che si è acuito con l’avvento della pandemia che ha visto l’UE non includere, sin dall’inizio, i Paesi candidati e potenziali candidati nel piano vaccinale europeo. In un contesto in cui i 6 vedono sistematicamente disattese le proprie ambizioni europee inizia a farsi sempre più forte la percezione che attori esterni – Cina, Turchia e Russia – possano rappresentare la sponda utile al rilancio delle proprie economie e status internazionale.

Nel caso di specie la miopia – rectius, egoismo – dell’Unione sul tema vaccini ha offerto a Cina e Russia, le quali sin da subito hanno utilizzato il vaccino anti covid come arma di politica estera, la leva per rafforzare il proprio soft power nei Balcani occidentali. Emblematico in tal senso il caso della Serbia che, forte delle scorte di Sputnik V e Sinopharm, ha aperto la propria campagna vaccinale anche a cittadini di Paesi terzi. Il crollo di fiducia nei confronti dell’UE ravvisabile nelle popolazioni dell’area è altresì generato da una problematica insoluta e sulla quale l’Unione non riesce ancora a trovare una risposta politica risolutiva. Il riferimento è agli stabili flussi migratori costituenti la tristemente nota “rotta balcanica”.

A partire almeno dal 2015 la rotta balcanica è assurta ad ennesimo fattore destabilizzante in un contesto regionale già di per sé complicato. La grande pressione prodotta dai flussi migratori si è trasposta in una gestione inefficiente delle strutture di accoglienza già occupate, soprattutto in Serbia e Bosnia, da migliaia di sfollati generati dalle guerre jugoslave. La latitanza dell’Unione ha prodotto anche in questo caso una gestione iniqua e scoordinata dell’emergenza. Nel frattempo, tra nuovi muri e il filo spinato, continuano a consumarsi le peggiori violazioni dei diritti umani nel cuore dell’Occidente. L’esito di tutto ciò non poteva che sostanziarsi in una ulteriore perdita di credibilità da parte dell’Unione.

È, dunque, su questa arena di incertezze che trovano terreno fertile le tattiche geopolitiche di potenze antagoniste – Cina, Russia e Turchia – interessate a sviluppare la propria egemonia ai danni dell’Unione e dei suoi membri più influenti.

La tattica ideata dalla Repubblica Popolare mira ad un ingresso nel mercato europeo attraverso la penisola balcanica. L’impegno attivo del Dragone è iniziato circa un decennio fa e si fonda, come in altre aree del globo, su una ragionata politica di investimenti e acquisizione di appalti nel settore delle infrastrutture tramite banche e compagnie sotto controllo statale. Emblematica è la situazione in cui versa il Montenegro a seguito dell’accettazione di un finanziamento accordato dalla cinese Exim Bank di 1 miliardo di dollari per la costruzione (sempre da parte della China Road and Bridge Corporation) di un’autostrada che collega lo strategico porto di Bar con il confine serbo. Il progetto faraonico, avente l’obiettivo di assicurare al Celeste Impero un porto sulle sponde adriatiche, si è tradotto nella mancata realizzazione dell’opera e in un debito insostenibile a cui ha fatto seguito la richiesta di aiuto montenegrina verso l’Unione per il suo pagamento; richiesta che si è concretizzata in un No da parte di Bruxelles la quale, anche in questo caso, ha tramutato una vittoria geopolitica a portata di mano in una sconfitta e un danno d’immagine enorme.

Ma gli interessi cinesi non si fermano qui. È infatti possibile citare l’acquisizione nel 2018 – da parte della China Bridge and Road Corporation – dell’appalto finanziato con 357 milioni di euro dalla Commissione UE per la realizzazione dello strategico Ponte di Peljesac con cui si collegherà la città di Dubrovnik con il resto della Croazia. I tentacoli della Repubblica Popolare arrivano anche in Macedonia dove l’oramai nota Exim Bank ha finanziato la costruzione – tramite la compagnia di stato Sinohydro – di altre due autostrade, la A4 Skopje-Stip e la A2 Ohrid-Kicevo con un esborso totale di circa 800 milioni di dollari, nel frattempo lievitati grazie a laute tangenti. A ciò si sommano i circa 10 miliardi di investimenti in Serbia.

Nella lotta per l’egemonia politica nei Balcani troviamo anche un attore storico: la Turchia. A partire dagli anni 2000 la Sublime Porta ha iniziato ad applicare la cosiddetta “Strategia Profonda” varata dall’ex primo ministro Ahmet Davutoglu con cui riaffermare le proprie ambizioni neo-ottomane. Soprattutto nel settore della difesa è riscontrabile un rilevante legame con l’Albania, vista come avamposto per il rilancio della visione geopolitica turca. Il repentino riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e gli importanti legami con la Bosnia completano il quadro dell’azione turca nell’area che mira, anche tramite appositi istituti, a promuovere la propria cultura forte della leva rappresentata dalla comune fede religiosa.

Anche la Russia è della partita. Come per la Turchia, anche in questo caso, il fattore storico culturale è un’arma di influenza geopolitica non secondaria. Il perno della strategia di Mosca nei Balcani è rappresentato, ovviamente, dalla Serbia. In questo caso sono rilevanti i rapporti nel campo della difesa e della sanità (per quanto concerne la campagna vaccinale). La Russia sviluppa la propria influenza economica in Serbia soprattutto nel campo dell’energia e degli idrocarburi con il 90% degli investimenti totali. Il controllo da parte di Gazprom – con il 56% delle azioni – della multinazionale Naftna Industrija Srbije (NIS) e la realizzazione del Balkan Stream sono un chiaro indizio di quanto è stato appena detto. Mosca è presente, però, anche nel settore ferroviario e bancario.

È possibile concludere questa rassegna degli interessi stranieri nei Balcani citando anche gli Emirati Arabi Uniti che, forti di un investimento di 2 miliardi di dollari, sono pronti a prendere il controllo dello strategico porto albanese di Durazzo. Il progetto prevede la realizzazione da parte della compagnia emiratina Emaar di un importante porto turistico e di 2000 appartamenti da destinare – in segno di “amicizia e cooperazione” – ai senzatetto del Paese delle Aquile.

Giunti a questo punto sorgono spontanee le ultime domande. Come tradurre in pratica la strategia della Commissione per i Balcani occidentali? Quali devono essere le azioni da intraprendere per contrastare l’avanzata di potenze antagoniste nella regione? Ed infine, quale deve essere lo spirito informatore dell’azione di Bruxelles nella penisola balcanica?

Partiamo dai concetti espressi lo scorso 5 luglio durante la conferenza online organizzata nell’ambito del processo di Berlino. «L’Ue deve avere chiaro che l’obiettivo finale è la piena adesione di tutti i Paesi dell’area all’Europa», «L’Europa deve dimostrare saggezza politica e visione strategica. L’integrazione (dei Balcani occidentali) è l’unica strada per stabilizzare la regione e consolidare la sua transizione democratica», sono queste le parole pronunciate dal Presidente Draghi a cui si è aggiunta la Cancelliera Merkel: «Far entrare nell’Ue, nel prossimo futuro, i paesi dei Balcani occidentali è una scelta strategica per l’Europa».

Per poter dare corpo alle giuste affermazioni riportate è opportuno sviluppare un confronto serio e capace di indirizzare verso un fine comune le finora poco coordinate agende di politica estera di Italia, Germania – i due paesi dei con più influenza nell’area balcanica – e Francia. Tale iniziativa dovrebbe avere l’obiettivo di rafforzare (non sostituire) l’efficacia l’azione esterna dell’Unione nella regione conferendole di fatto un ampio margine di manovra e autonomia per conseguire gli obiettivi stabiliti nella strategia del 2018. In definitiva è di precipua importanza far sorgere, a livello di istituzioni UE, la concreta consapevolezza che l’integrazione dei Balcani occidentali rappresenta una priorità assoluta in termini di sicurezza e di influenza geopolitica in quanto non sarà possibile portare avanti il processo di integrazione politica verso lo step successivo con un continente ancora battuto, nel suo cuore, dalle scorrerie di attori esterni.

A tal proposito, in un’ottica di supporto proattivo dei negoziati di adesione – avviati e da avviare – sarebbe opportuno intraprendere azioni condivise atte sia ad accelerare l’incorporazione dell’acquis dell’Unione nei diritti nazionali dei Paesi candidati che ad affermare una più penetrante presenza economica europea nella regione.

E sempre a tal proposito è possibile citare EUSAIR, la strategia macroregionale varata dalla Commissione nel 2014 e fondata su 4 pilastri – crescita blu, connettività, ambientale e turismo sostenibile – con lo scopo di offrire uno spazio di cooperazione ai paesi affacciati sul bacino adriatico ionico. La strategia si caratterizza per ricomprendere tra i 9 Paesi aderenti sia membri dell’Unione – Italia, Slovenia, Croazia e Grecia – che Paesi non membri – Albania, Macedonia del Nord, Serbia, Bosnia e Montenegro. EUSAIR è uno strumento già attivo e funzionante capace di offrire un grande contributo alla strategia europea per l’integrazione dei Balcani occidentali tramite azioni più semplici, dirette e pratiche. Il punto di forza di questa strategia macroregionale è rappresentato dalla possibilità di far lavorare insieme e sullo stesso livello Paesi membri UE e non nonché le autorità locali e regionali e i portatori di interesse del settore privato. EUSAIR può, dunque, facilitare l’adozione dell’acquis europeo nei Paesi balcanici negli ambiti individuati dalla strategia rafforzando le capacità amministrative attraverso politiche concrete e contribuendo alla convergenza delle differenti legislazioni nazionali.

Allo stato attuale, nonostante la penetrazione di Cina, Russia e Turchia, l’Unione rimane complessivamente il maggior soggetto investitore nei Balcani occidentali, ma ciò non basta. È dunque di precipua importanza indirizzare lo sviluppo della regione in linea con gli obiettivi del Green Deal Europeo. Sostenibilità e digitalizzazione rappresentano due obiettivi fondamentali che devono iniziare ad essere perseguiti in strettissima connessione con il percorso di transizione economica che l’Unione sta avviando in vista dell’ingresso dei 6 Paesi. È perciò utile sviluppare un programma aggiuntivo di investimenti più sostanzioso per offrire, contemporaneamente, opportunità occupazionali e di sviluppo alla popolazione locale contrastando i progetti geopolitici degli attori esterni citati. Un ulteriore strumento da adottare a livello di Unione potrebbe consistere in una strategia mirata di finanziamenti con lo scopo di rafforzare il soft power europeo nella regione incentivandone la presenza europea nei settori dell’imprenditoria green e digitale.

Parimenti, gli Stati della penisola balcanica interessati a questo processo devono anche loro dare testimonianza della consapevolezza di una scelta verso la dimensione europea, con atti di concreta volontà verso tale indirizzo di adesione, considerando che questa significa non solo “entrare” in una organizzazione economica, di commercio o di solo interesse legato allo sviluppo, ma anche uno spazio di cultura, di valori, di democrazia, di impegni in tanti altri diversi settori che hanno contribuito a rendere il Vecchio Continente non solo la realtà più ricca del pianeta ma anche la più impegnata sul terreno dei diritti, dell’inclusione, dell’innovazione.

È possibile concludere il ragionamento descritto affermando che l’Unione deve una volta per tutte acquisire coscienza del fatto che i Balcani rappresentano parte integrante della sua storia e della sua cultura. Troppo spesso ignorata e lasciata ai margini, la penisola Balcanica deve oggi essere l’area di interesse prioritario dell’Unione. Consapevole del fatto che escludere dal processo di integrazione il cuore geografico del Vecchio Continente non potrà che generare un ulteriore fattore di destabilizzazione e di blocco nei confronti della stessa UE e rappresentare una grave minaccia per la propria sicurezza.

Il tema dell’allargamento è complesso e tocca vari aspetti: dopo il “grande allargamento” del 2004 (l’1 2004 l’adesione adesione il 16 maggio il Consiglio dell’Unione europea approva di Cipro, Malta, Ungheria, Polonia, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca e Slovenia che avevano firmano il trattato d’aprile 2003 ad Atene) e l’adesione del 2007 di Bulgaria e Romania, l’Unione Europea realizza il maggior ampliamento di sempre raggiungendo il numero di 27 Stati membri con i vantaggi e le difficoltà che questa dimensione ha comportato.

Non poche infatti sono state le successive problematiche e la loro gestione, sia rispetto alla governance complessiva dell’Europa e sia nel rapporto tra Bruxelles e singole capitali. Oggi, rispetto ai Paesi dei Balcani occidentali il processo di allargamento (sia lato Unione, sia lato Stati coinvolti) è importante che tenga conto proprio delle difficoltà del “grande allargamento”, facendone tesoro per evitare il ripetersi di errori ma senza perdere di vista l’obiettivo di integrazione di questa parte del Continente.

«Per noi l’Europa non è una destinazione politica, è una fede che nessuno può tradire», questa la dichiarazione rilasciata recentemente dal Primo ministro albanese Edi Rama ai microfoni di Euronews. Bisognerebbe che tutti i leader politici dell’Unione percepissero tali parole con la più alta serietà e responsabilità in quanto il tempo a disposizione per rilanciare seriamente la strategia europea per i Balcani non è infinito, come non è infinita la pazienza dei popoli interessati al di là dell’Adriatico di attendere dietro la porta.

Alfredo Marini, giornalista esperto di Balcani occidentali

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