La vera partita per i fondi europei comincia ora

Nel biennio 2021-2022 sono riposte moltissime aspettative e la speranza di una decisa ripresa del nostro paese. Se in Europa il 2020 sarà ricordato nel male per la più devastante crisi dopo la Seconda guerra mondiale e nel bene per il grande “salto in avanti” dell’Unione europea, che ha mobilitato risorse comuni senza precedenti, il biennio in corso rappresenta il banco di prova di questo sforzo solidaristico.

Un banco di prova che in particolare in Italia dovrà dare conto del successo o meno delle misure di contenimento e prevenzione della pandemia e della reale messa a terra delle risorse stanziate dai vari strumenti ordinari, come il Quadro Finanziario pluriennale 2021-2027 e straordinari, come il NextgenerationEU. La dimensione di questa sfida assume una particolare rilevanza nel nostro paese, almeno per due motivi. Il primo è che l’economia della Penisola, che ancora non aveva raggiunto i livelli precedenti la crisi dl 2008, risulta essere stata la più colpita dalla pandemia Covid-19. La seconda è che nessun altro paese potrà godere nel biennio di una tale quantità di risorse per la ripresa.

A fare la parte del leone è ovviamente il Recovery plan, che nel corrente biennio, dovrà impegnare oltre 80 miliardi di euro (il 70% della dotazione complessiva sottratti i poco più di 50 miliardi già impegnati nel 2020). PAC e fondi d’investimento europei prevedono impegni per ulteriori 20 miliardi. Da non dimenticare inoltre la “vecchia partita” della programmazione precedente, dove risultano da impegnare ancora 20 miliardi. Poi c’è il React Eu, il Fondo di Transizione JTF e il Fondo complementare messo su piatto da Draghi per rafforzare il PNRR.

In sintesi, si tratta di circa 130 miliardi di euro da impegnare nei prossimi 18 mesi, che sembra tutto sommato una somma non così mostruosa se rapportata ai correttivi alla manovra finanziaria che ci siamo abituati a vedere in questi mesi, ma che diventa siderale se rapportati alla tradizionale capacità di spesa dei fondi europei del nostro paese negli ultimi anni. Capacità che oscillava tra i 7 miliardi e i 11 miliardi annui (11,2 miliardi dato record per il 2019).

In altre parole, l’opportunità che ci si offre è di poter contare nei prossimi due anni su una dotazione di sette volte maggiore di quella ordinaria. A questa opportunità si accompagnano ovviamente anche rischi formidabili, che in parte il Governo Draghi, chiamato a licenziare in tutta fretta il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha cercato di contenere accentrando la gestione delle risorse presso il collaudato Ministero dell’Economia e delle Finanze e mettendo a punto un complesso sistema di monitoraggio e controllo delle future spese. Il tutto accompagnato da una serie di riforme come quella della semplificazione amministrative e degli appalti che hanno storicamente rappresentato un ostacolo all’efficace impegno e di spesa delle risorse europee.

Chi pensa che il più sia fatto, tuttavia si sbaglia, perché solo ora inizia la partita per delineare la gestione dei Fondi d’Investimento europei 2021-2027 e la chiusura della complessa vicenda della precedente programmazione, riprogrammata nel 2020 per allinearla all’emergenza pandemica, che conta oltre 710.000 progetti, l’80% dei quali tuttora in corso. Nelle prossime settimane atteso inoltre il decreto di attuazione del PNRR

Ora non c’è più tempo per rimuginare sugli errori fatti, sui troppi progetti messi in cantiere (forse troppi anche nel PNRR), sulla complessità della gestione frammentata tra autorità ministeriali e regioni, sulla scarsità di funzionari pubblici dedicati a questi processi ecc. Forse non c’è neppure il tempo per formare rapidamente un nuovo esercito di funzionari, così come non c’è tempo e non è opportuno affidare interamente la gestione di questa partita a strutture esterne all’amministrazione.

La chiave di volta, invece, sta nel ribaltare l’ottica della spesa. Sino a oggi ci si è preoccupati di finanziare prevalentemente progetti. Progetti di formazione, progetti di realizzazione di opere, spesso estremamente risibili e spesso emergenziali, progetti non realizzabili nel breve periodo, progetti non cantierabili. Progetti che per essere selezionati hanno richiesto lunghe procedure per la preparazione e la gestione dei bandi e altrettanto lunghe procedure per liquidare i proponenti dei progetti selezionati. Procedure spesso intermediate da enti in house delle amministrazioni titolari dei programmi.

Tutto questo va bene per i grandi progetti, quelli che, per rimanere nell’ambito del PNRR, attengono alla duplice sfida ecologica e digitale e dovrebbero assicurare le infrastrutture materiali e immateriali per accompagnarla.

Ma per lavoratori, giovani, famiglie, piccole imprese, autonomi, studenti, perché non provare a dare loro una maggiore autonomia di scelta dell’opportunità da cogliere? Perché non dare maggiore spazio ai voucher, non solo per la formazione, ma anche per l’autoimprenditorialità, l’accesso a una abitazione autonoma non necessariamente di proprietà, l’indennità di disoccupazione, benefici fiscali per la digitalizzazione e l’economia circolare (senza limitarsi al superbonus che ovviamente è limitato solo ai proprietari di casa) Perché non prevedere sgravi Imu per i proprietari di case in piccoli comuni disponibili ad affittarli a giovani coppie? Perché non incrementare i contributi per l’energia solare? Oppure il reddito di opportunità per gli under35 che prevede una dotazione da spendere nell’arco di 15 anni?

L’elenco dei possibili interventi in questa direzione potrebbe essere lunghissimo, con un filo conduttore: responsabilizzare il cittadino, identificando con chiarezza i beneficiari e omologando” con altrettanta chiarezza i possibili fornitori. Poi è ovvio, la partita si sposterebbe sul controllo, ma da quest’ultimo non si dovrebbe sfuggire neppure mettendo in cantiere oltre un milione di progetti che nessuna amministrazione – non in due anni ma nemmeno in venti – sarebbe in grado di accompagnare sino alla rendicontazione.

Nella riflessione promossa da Erasmo e i suoi partner sul tema del “biennio europeo”, anche questo ribaltamento di prospettiva potrebbe essere utile. Una sfida nella sfida.

Luciano Monti è Professore di politiche europee presso la Luiss

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